Porcellane Capodimonte: lusso e tradizione Made in Naples

porcellane capodimonte
Fonte: Museo di Capodimonte

Porcellane Capodimonte: lusso e tradizione Made in Naples nel nostro post odierno

Già dal 1743 si produceva a Napoli quelle note ancora oggi come Porcellane di Capodimonte. In questo post a cura di Napoli Fans vedremo insieme esempi di quest’antica arte napoletana conservata per secoli e ancora oggi esistente, i marchi più importanti e la lavorazione che porta alla realizzazione di queste vere e proprie opere d’arte.

ceramiche capodimonte
Fonte: Museo di Capodimonte

Ammirare le ceramiche Capodimonte: il salottino della regina Maria Amalia

All’interno del Museo di Capodimonte, nelle sue sale, è tuttora possibile ammirare oggetti espressi di quella arte nata nel ‘700, che corrisponde a porcellane, cornici, specchi e statuine, realizzati con incredibile maestria dagli artigiani napoletani dell’epoca.

Il capolavoro della manifattura napoletana è il salottino della regina Maria Amalia: un boudoir con le pareti interamente in porcellana policroma realizzato nel 1757-1759.

Sono inoltre esposte splendide porcellane e candidi biscuit della Real Fabbrica di Napoli voluta da Ferdinando IV di Borbone, come La Caduta dei Giganti e il Carro dell’Aurora.

salottino della regina Maria Amalia:

Ma dove deriva l’arte della porcellana di Capodimonte?

La porcellana deve il suo nome a quest’area collinare di Napoli, dove, nella prima metà del ‘700, Carlo di Borbone appunto e sua moglie Maria Amalia di Sassonia fondarono la Real Fabbrica di Capodimonte.

Le porcellane della Real Fabbrica, vere e proprie opere d’arte, sono esposte, oltre al Museo di Capodimonte, anche al Museo Duca di Martina, in Villa Floridiana, al Museo Filangieri, e al Museo Diego Aragona Pignatelli Cortes.

La Collezione De Ciccio 

Una delle cose che bisogna assolutamente vedere, per gli amatori della Porcellana, è sicuramente la Collezione De Ciccio, presente al Museo di Capodimonte.

Sono circa 1300 pezzi tra galanterie, vetri, bronzetti, avori e smalti medioevali, aramenti sacri, tessuti e ricami, argenti di uso liturgico, bronzetti, cero-plastiche, pastori siciliani, un’importante selezione di oggetti archeologici e uno sceltissimo gruppo di maioliche e di porcellane. 

La collezione fu donata da Mario De Ciccio allo Stato italiano nel 1958 ed è costituita soprattutto da oggetti d’arte applicata, di differenti epoche e tipologia, raccolti dal collezionista nell’arco di oltre 50 anni prima a Palermo, sua città natale, poi a Napoli, sua patria d’adozione dal 1906, ed anche sui più quotati mercati d’arte internazionale.

Con un gusto eclettico di matrice ancora tardo-ottocentesca (era nato nel 1868 ed aveva iniziato molto presto la sua carriera di collezionista ed antiquario) Mario De Ciccio formò la sua raccolta con alcuni dipinti, qualche scultura, smalti limosini del Cinquecento, galanterie, vetri, bronzetti, avori e smalti medioevali, paramenti sacri, tessuti e ricami, argenti di uso liturgico, cero-plastiche, un’importante selezione di oggetti archeologici e, soprattutto, uno sceltissimo gruppo di maioliche e di porcellane.

Collezione De Ciccio

Lavorazione porcellane Capodimonte

L’oggetto parte sempre da un’idea, ovvero dall’estro dell’artista, e pertanto egli dapprima traccia il disegno dell’oggetto che vuole realizzare.

La prima fase consiste nel creare il modello di gesso: lo scultore modella sul tornio un blocco di gesso con strumenti alquanto rudimentali per delinearne la sagoma.

Il modellista cesella e scolpisce a mano quelli che sono i dettagli dell’oggetto, ottenendo così il calco per avere la prima forma.

L’artigiano a questo punto riversa nello stampo di gesso la porcellana in forma liquida, un impasto che si differenzia dalle comuni ceramiche bianche per il maggior pregio e la maggior compattezza e trasparenza. Per dare spessore all’oggetto si lascia essiccare brevemente la porcellana liquida nello stampo, mentre quella in eccesso viene riversata e si ottiene così l’oggetto crudo.

Segue la fase della rifinitura. Il rifinitore elimina eventuali sbavature o imperfezioni che si possono verificare in fase di colaggio.

Nel caso di una composizione floreale, l’artista plasma a mano la porcellana. A questo punto si effettua la prima cottura ad una temperatura di 1250 gradi per una durata che va dalle 8 alle 12 ore da cui si ottiene l’oggetto in biscuit di porcellana.

Segue la fase della decorazione. In questo frangente il decoratore dipinge manualmente l’oggetto biscuit.

Si passa ad una successiva cottura a 750 gradi per fissarne il colore, la quale durerà mediamente 8 ore.

Il processo lavorativo è a questo punto finito.

Il marchio Porcellana di Capodimonte: il Giglio Borbonico e la produzione ferdinandea

La porcellana di Capodimonte prodotta dal 1743 al 1759 nella “Real Fabbrica della Porcellana” nel Parco di Capodimonte veniva marchiata col Giglio Borbonico decorato in colore azzurro sottovernice o incusso. Tale marchio non fu adottato per la produzione di Ferdinando IV di Borbone, dal 1771 al 1825, nella sua fabbrica di Portici, né successivamente. Infatti, la produzione ferdinandea, distinta nel tempo e nel luogo di origine da quella di Capodimonte, fu contraddistinta fino al 1787 dalla marca “FRM” sormontata da una corona, poi da una “N” incoronata, marchio ceduto, forse, ai vari produttori.

Del marchio delle ceramiche di Capodimonte si trova traccia, ufficialmente, solo nel 1961, quando il Capo dello Stato, nel d.p.r 1910, al 2° comma del 2° art., autorizza l’Istituto Caselli a “depositare nei modi di legge e ad usare per i suoi prodotti un marchio di fabbrica che, richiamando quello delle antiche fabbriche di Capodimonte, sottolinei la continuità storica della tradizione”.

Il 20 marzo del 1987 l’Istituto G. Caselli ha provveduto al brevetto del Giglio Borbonico, nonché della dicitura “Giovanni Caselli – Capodimonte” da usare anche disgiuntamente.

marchio ceramica di capodimonte

 

Il nostro post dedicato alla Capodimonte ceramiche termina qui. Alla prossima con le antiche arti partenopee di Napoli Fans!

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