La storia di Masaniello, il rivoluzionario napoletano

Chi era Masaniello, il rivoluzionario napoletano, nell’ultimo post a cura di Napoli Fans

Masaniello, tra tutti i personaggi storici, comici, politici e artistici nati a Napoli, è quello che maggiormente incarnò lo spirito napoletano. E questo perché espresse le contraddizioni, l’istinto di amore, l’incapacità di esercitare il potere, la generosità e l’ignoranza del suo popolo. Masaniello è amore e disordine”. 

Cit. Luciano De Crescenzo

Nello storico film, “Così parlò Bellavista”, Luciano De Crescenzo così definì Tommaso Aniello d’Amalfi, meglio conosciuto come Masaniello, protagonista della rivolta napoletana che vide, dal 7 al 16 luglio 1647, la popolazione della città insorgere contro la pressione fiscale imposta dal governo vicereale spagnolo.

In questo nuovo post a cura di Napoli Fans vi presenteremo in breve la storia di Masaniello e la sua ribellione al governo spagnolo. Benvenuti nel nostro angolo di storia napoletana! 

masaniello

La storia di Masaniello

Nella vita di questo illustre personaggio napoletano non è sempre facile distinguere gli avvenimenti realmente accaduti da quelli elaborati dal mito: infatti quella che vide lui protagonista non si configurò come una rivolta anti-spagnola e repubblicana come invece avrebbe voluto la storiografia dell’800, profondamente influenzata dai valori risorgimentali.

Le cause degli eventi del luglio 1647 risiedono esclusivamente nella specificità politica, economica e sociale della Napoli spagnola nella prima metà del ‘600, con la rivolta che fu scatenata dall’esasperazione delle classi più umili verso le gabelle imposte dai governanti sugli alimenti di necessario consumo.

Dopo dieci giorni di rivolta che costrinsero gli spagnoli ad accettare le rivendicazioni popolari, Masaniello fu accusato ufficialmente di pazzia e ucciso per volere del viceré, di alcuni capi popolari e di una piccola parte della plebe.

Nonostante la breve durata, la ribellione da lui guidata indebolì il secolare dominio spagnolo sulla città, aprendo la strada per la proclamazione dell’effimera e filo-francese Real Repubblica Napoletana, avvenuta cinque mesi dopo la sua morte.

La rivolta di Masaniello

All’epoca la maggior parte dei 350mila napoletani era una massa di poveri diseredati, emarginati da ogni pubblico incarico ed era vittima di un sistema di governo basato sulla prevaricazione delle ben sette caste nobiliari allora presenti: principi, duchi, marchesi, conti, baroni, patrizi e signori. A comandare in città era il vicerè, che governava Napoli per conto del Re di Spagna Filippo IV.

I napoletani amavano il re, ma le condizioni di vita peggioravano di giorno in giorno.

Il 6 giugno 1647, alcuni popolani guidati da Masaniello e dal fratello Giovanni, bruciarono i banchi del dazio a piazza del Mercato.

Domenica 30 giugno, durante le prime celebrazioni per la festa della Madonna del Carmine, il giovane pescatore radunò un gruppo di lazzari vestiti da arabi e armati di canne come lance che, durante la sfilata davanti al Palazzo Reale, rivolsero ogni genere di imprecazione ai notabili spagnoli affacciati al balcone.

Masaniello a 27 anni guidò la rivoluzione, precisamente il 7 luglio del 1647, rifiutandosi di pagare la nuova gabella imposta. Furono presi d’assalto i palazzi nobiliari e quelli delle imposte, le prigioni svuotate furono riempite dalle mogli e dai figli di duchi e conti.

Le violenze si susseguirono per giorni e Masaniello fu nominato “capitano generale del fedelissimo popolo napoletano”.

Grazie al suo carisma e alla sua parlantina Masaniello riuscì a imporsi, al punto che il potere fu costretto a venire a patti con lui: il capopopolo arrivò addirittura a porre il veto agli ordini impartiti dal vicerè di Napoli e a essere ricevuto a palazzo in pompa magna insieme a sua moglie Bernardina.

piazza del mercato napoli
Piazza del Mercato, Napoli

Il tradimento a Masaniello

Diventato capopopolo, Masaniello non riuscì però a tenere sotto controllo tutta la situazione, anche per la continua ossessione di subire un complotto ai suoi danni.

Si narra che non riuscisse più a dormire, mangiava poco e beveva molto, ordinando esecuzioni sommarie dei suoi oppositori.

Sul complotto Masaniello non si sbagliava, tant’è che il rivoluzionario napoletano morì il 16 luglio con cinque colpi di archibugio inferti con il benestare del suo “amico” Genoino, preoccupato per le sue posizioni sempre più radicali.

Il suo corpo, decapitato, fu poi trascinato per le strade della città e infine gettato tra i rifiuti.

Il giorno dopo la sua morte il popolo però si accorse che, con la morte del pescatore, i tanto sofferti miglioramenti ottenuti durante la rivolta erano svaniti.

Al mattino, le donne del Mercato che si recarono a comprare la palata di pane e trovarono che essendo stata reintrodotta la gabella sulla farina, la palata, il cui peso era stato fissato da Masaniello a trentadue once, era tornata a pesare trenta once.

Ben presto si incominciò a sentire la mancanza di colui che era riuscito, anche se per pochissimo tempo, a migliorare le condizioni di vita della popolazione, finché un gruppo di persone ne recuperò pietosamente il corpo e la testa, che dopo essere stati lavati con l’acqua del Sebeto, furono ricuciti insieme.

Alla stregua di un eroe, la sua salma divenne addirittura oggetto di una forma di venerazione religiosa da parte delle donne del tempo, che lo invocarono come un redentore.

Da quel momento è nato il mito di Masaniello.

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