Putipù: storia, caratteristiche e curiosità sullo strumento della tradizione napoletana, nel post a cura di Napoli Fans
Il putipù è uno degli strumenti più singolari della musica popolare napoletana. Non possiede corde, tasti o piatti metallici e non viene percosso come un normale tamburo. Il suo suono nasce da un gesto semplice: una canna viene sfregata con la mano umida, facendo vibrare la membrana fissata sopra una cassa di risonanza.
Il risultato è un timbro basso, ruvido e pulsante, a metà strada tra un brontolio e una nota di contrabbasso. Un suono immediatamente riconoscibile, capace di dare corpo al ritmo e di trasformare una semplice esecuzione musicale in una scena festosa.
Dietro il suo aspetto essenziale si nasconde una lunga storia di creatività popolare. Il putipù racconta infatti un modo antico di fare musica: utilizzare materiali comuni, adattarli con ingegno e ottenere uno strumento capace di accompagnare canti, balli e celebrazioni. Ne parliamo oggi su Napoli Fans!
Che cos’è il putipù
Il putipù appartiene alla famiglia dei tamburi a frizione. A differenza dei tamburi tradizionali, la membrana non viene colpita con le mani o con delle bacchette. La vibrazione è generata dallo sfregamento di un’asta collegata alla parte centrale della pelle o della tela.
Lo strumento è formato generalmente da tre elementi:
- una cassa di risonanza;
- una membrana ben tesa;
- una canna inserita al centro della membrana.
La cassa può essere realizzata con un recipiente di terracotta, un contenitore di latta oppure una struttura cilindrica in legno. La membrana, un tempo ricavata soprattutto da pelli animali, può essere sostituita da tela resistente o materiali sintetici. La canna, tradizionalmente di bambù o di fiume, rappresenta invece la parte mobile dello strumento. È proprio il suo movimento verticale a produrre il caratteristico suono del putipù.
Come si suona
Suonare il putipù sembra facile, ma richiede coordinazione e sensibilità ritmica. L’esecutore bagna leggermente la mano, una spugna oppure un piccolo panno e lo fa scorrere lungo la canna con movimenti regolari dall’alto verso il basso.
L’attrito mette in vibrazione la membrana. La cassa sottostante raccoglie e amplifica queste vibrazioni, trasformandole in un suono profondo e rimbombante.
La quantità d’acqua deve essere calibrata con attenzione. Una mano troppo asciutta non riesce a generare abbastanza attrito, mentre una canna eccessivamente bagnata rischia di scivolare senza trasmettere correttamente il movimento.
Anche la velocità e l’intensità dello sfregamento modificano il risultato. Movimenti brevi e rapidi producono accenti ritmici più vivaci; gesti lunghi e decisi creano invece suoni profondi e prolungati.
Un musicista esperto riesce così a ottenere variazioni espressive da uno strumento apparentemente elementare.
Perché si chiama putipù
Il nome putipù avrebbe un’origine onomatopeica. Riproduce, attraverso le sillabe, il rumore generato dallo strumento durante l’esecuzione: una successione di suoni bassi che sembrano ripetere proprio “puti-pù” o “putu-pù”.
È un nome nato dall’ascolto prima ancora che da una definizione tecnica. Questo aspetto rispecchia bene la cultura musicale popolare, nella quale gli strumenti venivano spesso identificati attraverso il loro rumore, la loro forma o il materiale utilizzato per costruirli.
In alcune zone lo strumento viene chiamato anche caccavella, termine collegato al recipiente usato come cassa acustica. Altrove è conosciuto come cupa-cupa, bufù, cute-cute, pignato o pernacchiatore. Nomi differenti descrivono strumenti molto simili, accomunati dal medesimo principio sonoro.
Uno strumento napoletano dalle radici meridionali
Il putipù è strettamente associato a Napoli e alla sua tradizione musicale, ma non appartiene esclusivamente alla città. Diverse versioni del tamburo a frizione sono diffuse in molte regioni dell’Italia meridionale, dalla Campania alla Puglia, passando per Basilicata, Calabria e Molise.
Ogni territorio ha sviluppato una variante propria, modificando le dimensioni, i materiali, le decorazioni e perfino il nome dello strumento. Il principio di funzionamento, tuttavia, è rimasto sostanzialmente invariato.
A Napoli il putipù ha trovato un ambiente particolarmente fertile. La musica cittadina ha sempre attribuito grande importanza al ritmo, alla teatralità e alla capacità di trasformare oggetti comuni in strumenti espressivi. Il suo timbro buffo e profondo si è inserito naturalmente tra tamburelli, castagnette, triccheballacche e altri protagonisti delle esecuzioni popolari.
Le origini del putipù
Non è semplice stabilire quando sia nato il primo putipù. Gli strumenti popolari raramente possiedono un inventore riconoscibile o una data precisa. Nascono attraverso trasformazioni progressive, all’interno di comunità che tramandano tecniche e conoscenze soprattutto oralmente.
Il tamburo a frizione è presente, con forme differenti, in varie culture europee e mediterranee. La versione napoletana si è sviluppata sfruttando materiali facilmente disponibili nelle abitazioni e nelle campagne: pentole di terracotta, mastelli, barattoli, pelli, tele e canne.
La sua storia non è quindi quella di uno strumento progettato in una bottega specializzata. È piuttosto il risultato di una creatività collettiva, capace di riconoscere possibilità musicali negli oggetti della vita quotidiana.
Come veniva costruito in passato
La costruzione tradizionale del putipù seguiva un procedimento semplice, ma richiedeva molta precisione. Si sceglieva innanzitutto un recipiente abbastanza resistente da funzionare come cassa acustica. Le pentole di terracotta erano particolarmente apprezzate perché restituivano un suono caldo e profondo.
Sull’apertura veniva stesa una pelle, generalmente di pecora, capra o coniglio. La membrana doveva essere tirata e fissata saldamente lungo il bordo, evitando pieghe che avrebbero compromesso la vibrazione.
Al centro si praticava un foro nel quale veniva inserita la canna. Questa doveva essere legata alla membrana in modo stabile, perché ogni suo movimento fosse trasmesso direttamente alla superficie tesa.
Lo strumento poteva essere completato con nastri, fiocchi e decorazioni colorate. L’abbellimento non era un dettaglio secondario: nelle feste popolari anche l’aspetto visivo contribuiva alla vivacità dell’esibizione.
Il ruolo nelle feste popolari
Il putipù non nasce come strumento da concerto nel senso moderno del termine. Il suo ambiente naturale è la festa collettiva: una strada, un cortile, una casa affollata o una piazza nella quale musica e partecipazione si confondono.
Veniva utilizzato durante il Carnevale, nelle celebrazioni di fine anno, nei matrimoni e in diverse ricorrenze legate alla vita contadina. Il suo compito principale era sostenere il ritmo, rafforzare le parti più vivaci del canto e coinvolgere chi assisteva.
Il timbro grave creava una base sonora sulla quale gli altri strumenti potevano costruire melodie e incastri ritmici. Non servivano palcoscenici o amplificatori: bastavano alcune voci, pochi strumenti e la disponibilità delle persone a prendere parte alla musica.
Il putipù nella musica napoletana
Nella tradizione napoletana il ritmo non rappresenta soltanto un accompagnamento. Può diventare gesto, racconto e persino elemento comico. Il putipù possiede tutte queste caratteristiche.
Il suo suono può sottolineare una battuta, accompagnare un ritornello oppure creare un contrasto buffo con la voce del cantante. Per questo è stato utilizzato non solo nella musica, ma anche nelle rappresentazioni popolari e nelle forme di spettacolo nelle quali recitazione e canto convivono.
Accanto a strumenti dal suono più brillante, come il tamburello e le castagnette, il putipù introduce una voce bassa e quasi caricaturale. Non cerca eleganza o precisione melodica ma punta sull’impatto, sul movimento e sulla capacità di farsi riconoscere immediatamente.
Uno strumento musicale nato dal riuso
Una delle caratteristiche più interessanti del putipù è il suo legame con il riutilizzo dei materiali. La cassa armonica poteva nascere da una vecchia pentola, da un barattolo di latta o da un piccolo mastello. Una canna raccolta lungo un corso d’acqua diventava l’elemento principale per generare il suono.
Questa semplicità non deve essere confusa con povertà espressiva. Al contrario, dimostra quanto fosse sviluppata la conoscenza pratica del suono. Chi costruiva lo strumento sapeva che la grandezza del recipiente, lo spessore della membrana e la lunghezza della canna avrebbero modificato il timbro finale.
Ogni putipù poteva quindi avere una voce differente. Gli strumenti più grandi producevano sonorità profonde, mentre quelli piccoli restituivano rumori più asciutti e rapidi.
Putipù e caccavella sono la stessa cosa?
I termini putipù e caccavella vengono frequentemente utilizzati come sinonimi. Entrambi indicano il tamburo a frizione formato da una cassa, una membrana e una canna centrale.
Il nome caccavella richiama soprattutto il contenitore impiegato nella costruzione, mentre putipù descrive il suono prodotto. Le differenze possono dipendere dalla zona geografica, dalle dimensioni o dalle abitudini linguistiche delle singole comunità.
Anche il nome cupellone viene talvolta impiegato per una versione di dimensioni maggiori, dotata di una cassa più ampia e di un suono particolarmente profondo.
Curiosità sul putipù
Il putipù presenta numerosi aspetti curiosi. Pur essendo chiamato comunemente tamburo, non viene suonato percuotendo la membrana. Il suo funzionamento è più vicino a quello degli strumenti nei quali il suono nasce dall’attrito.
Un’altra particolarità riguarda il controllo della nota. Il putipù non permette di eseguire una melodia precisa, ma il musicista può cambiare il timbro intervenendo sulla pressione, sulla velocità del movimento e sul grado di umidità della mano.
Il suo suono ha spesso provocato paragoni insoliti: qualcuno lo associa a un contrabbasso rudimentale, altri a un brontolio, a una pernacchia o alla voce di un personaggio comico. Proprio questa ambiguità gli consente di avere una funzione musicale e teatrale nello stesso momento.
Esistono inoltre strumenti molto simili in altri Paesi europei e dell’area mediterranea. Cambiano i nomi e i materiali, ma resta la stessa intuizione: usare l’attrito per far vibrare una membrana e amplificare il suono attraverso un recipiente.
Il putipù oggi
Oggi il putipù continua a essere utilizzato dai gruppi di musica popolare, durante le rievocazioni storiche e negli spettacoli dedicati alla cultura napoletana. Viene inoltre costruito nei laboratori artigianali e presentato nelle attività didattiche per spiegare ai bambini come nasce una vibrazione sonora.
Le versioni contemporanee possono impiegare membrane sintetiche e casse realizzate appositamente, ma molti artigiani preferiscono conservare l’aspetto tradizionale. Terracotta, legno, canne e decorazioni colorate mantengono vivo il legame con la cultura dalla quale lo strumento proviene.
Il putipù non è dunque soltanto un oggetto del passato. Continua a suonare perché conserva una qualità che non dipende dalla tecnologia: la capacità di riunire le persone attraverso un ritmo semplice, diretto e immediatamente riconoscibile.
Conclusioni
Il putipù è molto più di uno strumento curioso della tradizione napoletana. È una testimonianza di ingegno popolare, un oggetto nato da materiali quotidiani e trasformato in una voce capace di animare feste, canti e rappresentazioni.
La sua struttura è essenziale, ma il suo suono possiede una personalità fortissima. Basta il movimento di una mano lungo una canna per produrre quel caratteristico brontolio che da generazioni accompagna la musica del Sud.
Tra pentole di terracotta, membrane tese e ritmi collettivi, il putipù racconta una Napoli capace di trovare la musica ovunque. Persino in un recipiente, in una pelle e in una semplice canna di bambù.









