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Calascione: origini e storia dello strumento musicale napoletano

colascione napoletano
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Calascione: origini e storia dello strumento musicale napoletano, nel post a cura di Napoli Fans

Quando si parla della tradizione musicale di Napoli, il pensiero corre immediatamente alla canzone napoletana, al mandolino, alla chitarra battente oppure agli strumenti a percussione della musica popolare. Esiste però uno strumento molto più antico e oggi decisamente meno conosciuto che per diversi secoli ha fatto parte del panorama musicale dell’Italia meridionale: il calascione napoletano. Conosciuto anche con il nome di colascione, questo curioso strumento a corde si riconosce immediatamente per una caratteristica particolare: un manico estremamente lungo abbinato a una cassa armonica relativamente piccola.

Il calascione è uno degli strumenti napoletani più interessanti per comprendere l’incontro tra la cultura musicale napoletana, la tradizione mediterranea e gli antichi strumenti a corde provenienti dall’Oriente.

Ma quali sono le origini del calascione? Come veniva suonato? E perché oggi è praticamente scomparso dalla musica napoletana? Ripercorriamo la storia di questo affascinante strumento: bentornati su Napoli Fans!

Cos’è il calascione napoletano?

Il calascione, chiamato più frequentemente colascione nelle fonti storiche italiane, appartiene alla grande famiglia dei liuti a manico lungo. La sua struttura era abbastanza particolare. La cassa armonica aveva dimensioni relativamente ridotte rispetto allo sviluppo complessivo dello strumento, mentre il manico poteva raggiungere una lunghezza considerevole.

Proprio questa caratteristica rende il calascione facilmente distinguibile da strumenti oggi maggiormente associati alla musica napoletana, come mandolino e chitarra.

Le versioni più antiche erano generalmente dotate di due o tre corde, originariamente realizzate in budello e suonate attraverso un plettro. Esistettero tuttavia differenti varianti e, nel corso del tempo, furono costruiti anche strumenti con un numero maggiore di corde.

Il risultato era uno strumento dall’aspetto slanciato e da una sonorità particolarmente riconoscibile, adatta soprattutto all’accompagnamento ritmico e melodico.

Calascione o colascione: qual è il nome corretto?

Una delle prime curiosità riguarda proprio il nome. I termini calascione e colascione indicano sostanzialmente lo stesso strumento. La forma “colascione” è quella maggiormente presente nella trattatistica e nei dizionari musicali, mentre “calascione” rappresenta una variante storicamente utilizzata anche nell’ambiente napoletano.

Non è quindi sbagliato parlare di calascione napoletano, soprattutto quando si vuole sottolineare lo stretto rapporto sviluppato dallo strumento con la tradizione musicale della città.

Anche l’origine del nome è stata oggetto di diverse interpretazioni nel corso del tempo e non tutti gli studiosi concordano su un’unica derivazione certa.

Ciò che appare più interessante, al di là dell’etimologia, è invece la storia musicale dello strumento e il suo collegamento con la Napoli tra Cinquecento e Seicento.

Le origini del calascione

Le origini del calascione sono legate alla grande famiglia dei liuti a manico lungo diffusi nel Mediterraneo e in Oriente. Dal punto di vista della forma, infatti, lo strumento presenta diverse analogie con strumenti come il tanbur e altre tipologie di liuto presenti nel Medio Oriente e nell’area ottomana.

Secondo diverse ricostruzioni organologiche, strumenti appartenenti a questa tradizione avrebbero influenzato lo sviluppo del colascione nell’Italia meridionale.

Tra il XVI e il XVII secolo il colascione divenne particolarmente diffuso nel Sud Italia e trovò proprio nell’ambiente musicale napoletano uno dei suoi principali territori di utilizzo.

Napoli era del resto una delle grandi capitali culturali e musicali europee dell’epoca, caratterizzata dalla continua circolazione di musicisti, strumenti, repertori e tradizioni differenti.

Il calascione si inserisce perfettamente in questo contesto di contaminazioni culturali, dimostrando ancora una volta quanto la storia musicale napoletana sia il risultato di incontri tra mondi diversi.

Com’era fatto il calascione?

Osservando un calascione storico, il dettaglio che colpisce maggiormente è senza dubbio il manico. Alcuni esemplari potevano infatti raggiungere dimensioni molto elevate, con un manico nettamente più lungo rispetto alla cassa armonica.

La cassa apparteneva alla tradizione costruttiva dei liuti: presentava generalmente una tavola armonica piatta, mentre il fondo era curvo. Sulla tavola poteva essere presente una piccola rosetta decorativa.

Il lungo manico disponeva invece di numerosi tasti, necessari per modificare l’altezza delle note.

Le corde venivano pizzicate prevalentemente utilizzando un plettro. Nelle descrizioni storiche troviamo frequentemente strumenti con due oppure tre corde, anche se durante l’evoluzione del calascione comparvero configurazioni differenti.

Le decorazioni potevano variare notevolmente. Accanto a strumenti relativamente semplici destinati alla musica popolare esistevano infatti esemplari realizzati con materiali ricercati e dettagli ornamentali.

Questo dimostra come il calascione non debba essere considerato esclusivamente uno strumento povero o rudimentale.

Come suonava il calascione?

Ricostruire esattamente il suono degli strumenti utilizzati alcuni secoli fa non è semplice, soprattutto considerando le differenze tra gli esemplari e le tecniche esecutive dell’epoca.

Le fonti descrivono comunque il colascione come uno strumento dal suono deciso e penetrante, prodotto pizzicando le corde con il plettro.

La presenza di poche corde non deve far pensare a possibilità musicali necessariamente limitate. Il lungo manico consentiva infatti di produrre numerose altezze differenti e di realizzare passaggi melodici anche piuttosto articolati.

Il calascione poteva accompagnare il canto, sostenere melodie, ritmi e danze e inserirsi in piccoli complessi strumentali. Le sue caratteristiche lo rendevano particolarmente adatto agli ambienti popolari e alle esecuzioni nelle quali erano importanti immediatezza e presenza sonora.

Il calascione nella Napoli del Seicento

È soprattutto durante il Seicento che il legame tra calascione e musica napoletana diventa particolarmente interessante. Lo strumento compare non soltanto nella pratica musicale, ma anche nella cultura letteraria e figurativa del periodo.

Un riferimento importante si trova nell’ambiente della letteratura napoletana seicentesca. Tra le opere attribuite a Giulio Cesare Cortese figurava infatti un componimento intitolato proprio Lo calascione, testimonianza di quanto il nome dello strumento fosse riconoscibile nella Napoli dell’epoca.

Riferimenti al calascione compaiono inoltre nella cultura letteraria napoletana legata a Giambattista Basile e agli autori che utilizzavano il dialetto come autentica lingua letteraria.

Il calascione diventa così qualcosa di più di un semplice strumento musicale: rappresenta un elemento della cultura urbana e popolare della Napoli barocca.

Calascione, teatro popolare e Commedia dell’Arte

Un altro ambiente nel quale il colascione ebbe una certa fortuna fu quello dello spettacolo popolare.

Lo strumento compare infatti in rappresentazioni legate alla Commedia dell’Arte e alla tradizione carnevalesca, nelle quali musica, recitazione, improvvisazione e danza erano spesso strettamente collegate.

Il carattere immediato del suo suono lo rendeva particolarmente adatto ad accompagnare scene comiche, canti e performance realizzate anche al di fuori degli ambienti musicali più formali.

Non sorprende quindi che nell’immaginario storico il calascione sia stato associato anche alle maschere e ai personaggi della cultura popolare napoletana.

Musica colta e musica popolare, del resto, nella Napoli del Seicento non vivevano in mondi completamente separati: strumenti, melodie e forme di spettacolo potevano continuamente passare da un ambiente all’altro.

Qual è la differenza tra calascione e mandolino?

Calascione e mandolino vengono entrambi collegati alla storia musicale napoletana, ma sono strumenti profondamente differenti.

La differenza più evidente riguarda le proporzioni. Il calascione possiede un manico estremamente lungo e poche corde, mentre il mandolino napoletano presenta dimensioni molto più compatte e una diversa disposizione delle corde.

Anche il periodo di maggiore diffusione non coincide completamente.

Il calascione appartiene soprattutto alla cultura musicale tra Rinascimento e Barocco, mentre il mandolino avrebbe assunto progressivamente un ruolo sempre più importante nei secoli successivi, diventando uno degli strumenti universalmente associati alla musica napoletana.

Confondere i due strumenti significa quindi mettere insieme tradizioni organologiche e periodi storici differenti.

Perché il calascione è scomparso?

Come molti strumenti antichi, anche il calascione iniziò progressivamente a perdere spazio con l’evoluzione delle abitudini musicali.

Tra Settecento e Ottocento cambiarono infatti i gusti del pubblico, gli organici strumentali e le modalità di accompagnamento del canto. Chitarre, mandolini e altri strumenti a corde riuscirono progressivamente a inserirsi meglio nei nuovi repertori, mentre il colascione rimase sempre più legato a una pratica musicale precedente.

La sua scomparsa non fu però improvvisa. Esemplari di calascione continuarono a essere costruiti anche nei secoli successivi, come dimostrano alcuni strumenti storici oggi conservati nelle collezioni museali internazionali.

Con il passare del tempo, però, il calascione smise di essere uno strumento comunemente utilizzato e divenne soprattutto oggetto di interesse per musicologi, collezionisti, liutai e interpreti specializzati nella musica antica.

Il calascione oggi: uno strumento da riscoprire

Oggi incontrare un musicista che suona abitualmente il calascione non è certamente semplice. Lo strumento sopravvive principalmente attraverso esemplari conservati nei musei, ricostruzioni realizzate da liutai specializzati e progetti dedicati alla riscoperta della musica rinascimentale e barocca. Proprio questa rarità rende però il calascione particolarmente affascinante.

Riscoprire il calascione significa recuperare un capitolo poco conosciuto della storia musicale di Napoli e ricordare che il patrimonio sonoro della città non si limita soltanto agli strumenti e alle canzoni diventati celebri tra Ottocento e Novecento.

Prima della stagione della grande canzone napoletana esisteva infatti una Napoli musicale altrettanto ricca, popolata da cantori, musicisti, compositori, attori e strumenti oggi quasi dimenticati.

Conclusioni

Il calascione rappresenta una piccola ma affascinante finestra sulla Napoli musicale dei secoli passati.

Con il suo lunghissimo manico, la piccola cassa armonica e le poche corde pizzicate con il plettro, questo antico liuto aveva un aspetto completamente diverso dagli strumenti che oggi associamo immediatamente alla città.

La sua storia racconta però qualcosa di profondamente napoletano: la capacità di assorbire influenze provenienti da culture differenti e trasformarle in una tradizione originale.

Dalla possibile influenza dei liuti orientali alla diffusione nella Napoli del Seicento, passando per il teatro, la cultura popolare e la letteratura dialettale, il calascione ha attraversato una fase importante della storia musicale cittadina prima di essere progressivamente sostituito da altri strumenti.

Oggi conoscerne le origini significa quindi andare oltre l’immagine più conosciuta della musica napoletana e riscoprire una città che, già diversi secoli fa, era uno dei principali crocevia musicali del Mediterraneo.